Riscaldamento globale, Shell sapeva tutto già nel 1991

 

Shell sapeva già 26 anni fa dei disastri che poteva provocare il riscaldamento globale, ma le sue scelte industriali sono andate in tutt’altra direzione. E oggi – esattamente come le altre Big Oil – nega che gli scienziati del clima abbiano ragione a lanciare l’allarme. In palese contraddizione con quanto la compagnia stessa affermava decenni fa.
Il colosso degli idrocarburi era talmente consapevole della portata epocale dei cambiamenti climatici in corso da produrre un breve documentario intitolato “Climate of concern”. La videocassetta è datata 19 luglio 1991, dura 28 minuti ed è stata riscoperta dall’olandese De Correspondent (qui il video completo), che l’ha condivisa con il quotidiano britannico Guardian. Era pensata per la pubblicazione e per la circolazione nelle scuole e nelle università, ma pare che non sia mai stata divulgata. Il messaggio del documentario, rimasto chiuso nel cassetto fino ad oggi, è chiaro e potente: i cambiamenti climatici stanno accadendo “ad un ritmo più veloce che in qualsiasi altra epoca dalla fine dell’era glaciale. Cambiamenti troppo rapidi forse perché la vita si adatti”.

Un fermo immagine del video di Shell

Il resto del video si sofferma sulle conseguenze del climate change e ammonisce lo spettatore: in futuro si moltiplicheranno gli eventi climatici estremi, le inondazioni, le carestie e i rifugiati climatici. I livelli dei mari si alzeranno così come le temperature globali. Un passaggio mostra un grafico con le previsioni dell’andamento del riscaldamento globale dal 1850 al 1950. Una curva che schizza verso l’alto in modo non troppo dissimile da come si è poi comportata nella realtà fino ad ora, ed è coerente con le previsioni più recenti. In un report interno di Shell del 1986 ottenuto dal Guardian, si legge che, nonostante le tante incertezze nella scienza del clima dell’epoca, i cambiamenti climatici che descrive “possono essere i più vasti mai registrati nella storia”.

Tutto ciò, continua il video di Shell, mentre lo sfruttamento dei combustibili fossili contribuisce al riscaldamento globale. Ma il colosso olandese dal 1991 ad oggi è andato in tutt’altra direzione. Ha continuato a investire miliardi e miliardi di dollari nello sfruttamento delle sabbie bituminose – il combustibile fossile più dannoso per il clima – e dei giacimenti idrocarburici dell’Artico. L’anno scorso nella strategia aziendale compariva il fracking come opportunità futura, benché i dati di Shell mostravano già nel 1998 che lo sfruttamento di idrocarburi non convenzionali era incompatibile con gli obiettivi climatici. E continua a spendere milioni di dollari l’anno in attività di lobbying per annacquare le politiche energetiche di mezzo mondo, Europa compresa – e spesso con successo.

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